Il passato di Crescelyn

Gorad’led Enguas è una comunità piccola e isolata, incastonata tra il Mare dell’Est e i Monti dell’Artiglio, le cui origini si perdono nella notte dei tempi. A ogni nuovo nato viene insegnata una verità semplice e assoluta: lassù, lontano da tutto e da tutti, è l’unico luogo in cui si può vivere liberi, senza persecuzioni. Le minacce provenienti dal Nur Settentrionale non hanno mai scalfito questa certezza, e nessuna creatura ha mai osato attaccare la comunità, considerata sacra dalle tribù di orchi e da tutte le genti selvagge di quelle terre. Per Crescelyn la vita scorre immutabile, scandita dal ritmo duro e regolare delle stagioni, fino al giorno in cui qualcosa cambia, qualcosa si risveglia dentro di lei. Brimar se ne accorge subito, e i genitori di Crescelyn la conducono dall’antico saggio, convinti che si tratti di un male passeggero, una semplice indisposizione; ma ciò che scoprono è un fulmine a ciel sereno: una profezia inscritta nel fluire eterno del tempo. Brimar parla con chiarezza, e le sue parole trovano riscontro nei miti tramandati di generazione in generazione a Gorad’led Enguas: in Crescelyn si è risvegliato qualcosa di antico, il suo sangue brucia perché la profezia sta prendendo forma, l’eletto del popolo che ha scelto l’esilio, custode della memoria dell’epoca in cui i draghi tentarono di riunire tutte le genti sotto il loro dominio — e dunque sotto la pace — è stato chiamato a compiere il proprio destino. Il sangue di Crescelyn, rimasto puro nei secoli, manifesta ora i suoi poteri, mentre colui che era stato sigillato a occidente, nell’Arcipelago delle Zanne, si sta lentamente risvegliando; Brimar non conosce più il nome che il drago ha assunto nel tempo, ma conosce le parole della profezia: l’eletto della tribù dei dragonidi, custode dell’Occhio del Drago bandito, verrà alla luce e con lui rinascerà il sogno di un mondo libero da ogni dio, capace di governarsi senza l’ingerenza del fato; egli si desterà come da un lungo sonno, la comunità che ha custodito l’Occhio si sfalderà, e nel suo cammino nascerà l’Erede, colui nel cui sangue scorrerà il potere del drago bandito; il sangue dell’Erede brucerà, e quanto più si avvicinerà il giorno del risveglio del drago tanto più quel fuoco diventerà insopportabile, fino a poter essere placato solo avvicinandosi al drago stesso. Da quel giorno Crescelyn si mette in cammino e, nel suo peregrinare, comprende sempre più il passato: il regno draconico, le origini della propria discendenza e la vera identità dell’eletto della tribù draconica; al suo fianco viaggia Oblast, vincolato da un antico giuramento fatto al drago, il cui nome Crescelyn ormai conosce grazie al re degli orchi, che glielo ha rivelato ere addietro. Il sogno giunge senza preavviso, come una marea che travolge la coscienza: Crescelyn vede un arcipelago a occidente, isole lontane e solitarie battute da venti carichi di sale e cenere, con un mare scuro e inquieto che sembra respirare. Su una di quelle isole, tra rocce nere e colate di lava solidificata, un ordine di antiche maghe è riunito, con vesti logore ma intrise di potere e volti segnati dalla conoscenza di segreti dimenticati; esse cantano parole che non appartengono ad alcuna lingua mortale, sillabe spezzate che fendono l’aria mentre la terra trema e il mare ribolle, finché le acque si aprono e dalle profondità emerge, incatenato, Ashardalon. Il drago è immenso, incompleto e terribile, e dove un tempo vi era l’Occhio resta ora un vuoto ardente, una ferita che brucia di odio e fame; catene di pura energia arcana avvolgono il suo corpo, ancorandolo al mondo come un dio imprigionato, mentre le maghe sostengono il vincolo piegate dallo sforzo, le vene pulsanti di potere, e il drago si dibatte e ruggisce. Ashardalon spalanca le fauci e il suo respiro diventa fiamma, un fuoco primordiale capace di incenerire il cielo stesso, ma in quell’istante una strega intercetta il soffio e ne strappa l’essenza, un frammento vivo di potere draconico, incandescente e indomabile; le altre si uniscono a lei in un rituale improvvisato e feroce, e il mare si solleva in risposta, abbattendosi sul drago in un’enorme mareggiata che inghiotte ogni cosa, tra acqua, vapore e oscurità, mentre le streghe scompaiono. Il sogno muta ancora e Crescelyn vede il tempo scorrere: negli abissi Ashardalon giace incatenato, sospeso in una prigione che non è né terra né acqua, una vera terra d’esilio, con le catene che brillano debolmente ma resistono; sopra di lui emergono isole vulcaniche, nere e fumanti, ognuna un sigillo, ognuna una cicatrice. La visione avanza fino al presente: su una di quelle isole qualcuno si è accampato, fuochi rituali ardono e simboli arcani sono incisi nella roccia, mentre un elfo dai capelli neri si libra in volo sopra il mare, lo sguardo freddo e determinato, affiancato da altri arcanisti che tracciano nel cielo geometrie di luce e ombra; il mare si apre, la realtà cede, e il rito è evidente anche senza parole: stanno tentando di aprire un varco tra i mondi per raggiungere il luogo in cui il drago riposa incatenato, ogni gesto li avvicina, ogni parola fa vibrare le catene negli abissi, e nel sogno Crescelyn sente il proprio sangue bruciare mentre Ashardalon si muove, perché il suo risveglio è ormai vicino.

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